NATALE IN JAZZ : Paolo Fresu e il suo cd “Jazzy Christmas”

Posted on Nov 15 2015 - 11:38pm by Fabrizio Palazzi

 

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Un disco insolito, per uno dei nostri jazzisti più noti, dedicato allo spirito natalizio. Si intitola “Jazzy Christmas” e raccoglie brani in tema, da Bing Crosby a Judy Garland e Frank Sinatra, registrati con un quintetto: “Il mio motore è la passione”

Segnatevi quest’idea di strenna, in fondo manca poco: esce per la sua etichetta, la Tuk Music, il nuovo album di Paolo Fresu, in quintetto e con la partecipazione del bandoneonista Daniele di Bonaventura. Un disco insolito per lui, che però si iscrive in una robusta e gioiosa tradizione di fine anno. Il titolo parla chiaro: Jazzy Christmas, e cioè una serie di brani improntati allo spirito del Natale, eseguiti e registrati dal vivo durante un memorabile concerto svoltosi a Sassari, il 18 dicembre del 2012. Un lavoro che va a inaugurare la sezione Tuk Live e che non arriva per caso: già da un po’ il Paolo Fresu Quintet aveva preso a incastonare in scaletta qualche pezzo a tema natalizio.

Un ennesimo capitolo per il trombettista sardo, artista febbrile e totale, dalle mille e una collaborazioni trasversali ai generi e alle discipline: figlio di un pastore e pressoché autodidatta, svezzato alla musica nella banda di paese, Fresu è ormai una stella di primissima grandezza del jazz mondiale. Sulle scene da oltre un trentennio, vincitore di qualsiasi premio internazionale, ha suonato e suona senza posa in tutto il globo, da solo o con i nomi più rilevanti della musica in senso alto e “altro” del nostro tempo; e sempre in solitaria, in leadership o insieme ad altri giganti jazz, pop, world o della classica contemporanea. Ha registrato ben 350 dischi, spesso per etichette leggendarie (solo il pdf della sua discografia è di dodici pagine…). Un talento immenso e “morale”, impossibile da addomesticare. Inoltre trova la forza di dirigere, dal 1988 nella sua natìa Berchidda, il Festival Time in Jazz, esempio ammirato e imitato ovunque; e a settembre s’è inventato la prima edizione de Il jazz italiano per L’Aquila, il più mastodontico raduno di settore italiano. Per Paolo Fresu il tempo, e lo spazio, sembrano non ridursi mai.

Jazzy Christmas contiene sia evergreen del glorioso songbook festivo americano che alcuni standard del repertorio popolare nordico, giustapposti a delle perle ripescate dalla raccolta Cantones de Nadale, composte da Pietro Casu (parroco e letterato di Berchidda) insieme al canonico Agostino Sanna di Ozieri nel dicembre del 1927. Sfilano così, tra gli altri, White Christmas di Bing Crosby, considerato il disco singolo più venduto di sempre; I’ll Be Home for Christmas, una canzone americana del 1943 imbevuta di spleen, amatissima dai soldati al fronte; In sa notte profundha, una delle sopraccitate “cantones de Nadale” sarde, struggentemente semplice, mentre la celestiale Naschid’est in sa capanna vede per protagonisti degli angeli chiamati a cantare in cielo per l’alto Re e che si posano attorno alla povera capanna, vestendosi di luce; Have Yourself a Merry Little Christmas, celebre per le interpretazioni di Judy Garland e Frank Sinatra; The Christmas Song, un’holiday song portata al successo da Mel Tormé e Bob Wells; il nostalgico e misconosciuto tradizionale norvegese Till Bethlehem; Adeste Fideles, di paternità incerta, l’unico brano deliberatamente acustico del disco, sospeso in una sorta di extra-dimensione sacra.

“L’idea originaria era quella di integrare il nostro repertorio abituale con alcuni brani legati al Natale, ma poi l’idea di realizzarlo in toto su questo modello ha preso il soppravvento. Fuori spesso nevicava, e nelle case i camini erano accesi in attesa del pranzo di Natale e dei regali. Gli agnellini con il fiocco rosso, regalati dai pastori ai bambini, belavano nelle case e attendevano il ritorno dei fedeli dopo Sa missa cantadache noi chierichetti avevamo l’onore di servire in quella notte speciale”, spiega Fresu. “Le voci di Frank Sinatra, Mel Tormé e Bing Crosby arrivarono dopo, con la televisione, e hanno incarnato nell’immaginario comune il sogno americano, i cartoon di Walt Disney e i grandi alberi addobbati e circondati di pacchi luccicanti. E poi quelle canzoni che raccontano di renne che partono dalle lande del Nord per portare i regali ai bambini buoni, e quelle che la stella cometa porta con sé in tutto il mondo. Il Natale di ognuno di noi è differente, ma suona invece sempre uguale il senso di felicità e condivisione che appartiene a tutti i popoli. Jazzy Christmas è il nostro modo di mettere insieme, in musica, sensazioni e ricordi intramontabili”.

E così, Paolo, è arrivato pure il tuo primo disco “natalizio”. Sei impegnato in cento direzioni diverse. Qual è il segreto, se esiste, del tuo instancabile agire artistico?
“Non credo esista un segreto, una ricetta vera e propria. Il motore di tutto per me è la passione. L’esigenza incancellabile di inventarmi sempre cose nuove. Anche nel senso di realizzare roba apparentemente difforme l’una dall’altra. Come per esempio, di recente, Il Jazz italiano per L’Aquila. O l’impegno nella mia etichetta discografica, con cui cerco di lanciare nuovi talenti, la Tuk Music. E nel 2016 usciranno altri miei nuovi progetti, tra cui uno con Richard Galliano. Faccio tante cose diverse, ma a ben guardare sono tutte legate da un filo comune, nemmeno tanto sottile. Non è facile fare musica. Soprattutto se non ci metti passione”.

Possiamo definirlo, il tuo percorso musicale e creativo, come un continuo incontro?
“Sì: la parola incontro mi piace molto, rende benissimo l’idea della mia carriera trentennale e più. Un grattacielo non lo costruisci da solo, e la musica è come un grande palazzo: necessita di buoni materiali, validi architetti, laboriosi muratori; di una combinazione perfetta tra manualità e pensiero. E poi la musica è anche viaggio, che ti muove sia fisicamente che mentalmente. Il viaggio è forse il più potente ed ecologico dei carburanti artistici”.

Sei sempre in giro, sei un cittadino e un artista del mondo. Esiste un posto davvero speciale per te sulla carta geografica, dove ti senti istintivamente a casa?
“Ti dico Africa, anche in senso lato, emotivo, culturale. È un continente che sento molto vicino alle mie corde”.

In questi decenni hai avuto modo di collaborare, su disco e dal vivo, con una fitta schiera di mostri sacri. Qualche altro grande musicista con cui ti piacerebbe suonare? 
“Ce ne sono moltissimi. L’importante è lasciarsi guidare dalla naturalezza degli eventi. Non preordinare nulla. Io non penso mai “voglio suonare con questo, o con quello”, perché se lo facessi limiterei terribilmente lo spettro delle possibilità. Forzerei il destino. Ovvio che mi piacerebbe in futuro suonare, che so, con Keith Jarrett: ma non ha senso dichiararlo in anticipo come un mantra auto-avverantesi. Gli incontri che hanno costellato la mia carriera sono stati tutti casuali, e per questo straordinari. E in ogni caso continuerò a suonare con i miei musicisti stabili, coi quali mi intendo a meraviglia”.

A proposito di trentennali: di recente si è festeggiato quello del cult movieRitorno al futuro. Ecco: se tu potessi tornare indietro nel tempo, in che anno e in che luogo andresti? E per incontrare chi.
“Ho vissuto un’infanzia straordinaria in Sardegna: mi farei riportare lì, alla semplicità di quegli anni. Oppure vorrei essere trasportato nella Parigi d’inizio Novecento, in piena Belle Époque. Una città fantastica, un terreno elettivo ideale per gli incontri tra le altri. Pittori, scrittori e musicisti dialogavano instancabilmente tra di loro. Tutto questo oggi è un po’ perduto. Forse solo a New York avviene ancora quel tipo di contaminazioni, quella voglia di sperimentare unendosi e condividendo”.

Oggi però ci sarebbero Internet, e i social.
“Che sono tutta un’altra cosa. Uso regolarmente il web, ma è una realtà invertita. Internet è un villaggio globale, che non azzera la necessità di incontrarsi e vivere all’interno di brulicanti villaggi locali. La Rete non è sufficiente per colmare le solitudini”.

Che musica ascolta Paolo Fresu?
“Ascolto musica di ogni tipo e in ogni modo. Il massimo del piacere lo provo però quando sono a casa, con l’impianto stereo. Non amo le cuffie”.

Oggi i dischi sono quasi tutti superprodotti, la tecnologia mette il suo sigillo sopra ogni nota: secondo te, questa è un’opportunità o una deriva?
“Un’opportunità: non sono un luddista, faccio tesoro io stesso dei progressi tecnologici. Tutto sta avere delle idee a monte, che muovano e animino creativamente i vari software e hardware. Senza idee non si va da nessuna parte. Non sapresti da dove cominciare, che pulsanti premere. Ci vuole un uso consapevole e intelligente della tecnologia”.

Qual è lo stato di salute del jazz italiano? A settembre lo hai chiamato a raccolta a L’Aquila, ed è stato un trionfo: 60 mila spettatori, venuti da tutta Italia…
“L’Aquila fa un po’ da spartiacque. Ha dimostrato quanto il jazz italiano sia variegato e potente. Ha lanciato un segnale di enorme vitalità. La fotografia di quella giornata è rinfrancante e ci fa ben sperare nel futuro. Abbiamo tanti musicisti potenzialmente da esportazione. Anche il dialogo con le istituzioni è molto migliorato”.

 Cosa significa la parola jazz, nel 2015?
“Proprio L’Aquila l’ha dimostrato. Non sarà il pop, ma il jazz è una musica molto più popolare di quanto si pensi. È un sound piacevole, plastico, dalle inesauribili reincarnazioni. Il jazz si sposa sempre benissimo con tutti gli altri tipi di musica. Certo, anche con l’hip hop”.

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